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Caparsa e capisci il perché del Chianti

Caparsa e capisci il perché del Chianti.

Aprile, porta con se le prime giornate miti. Il sole si affaccia interrogante dall’alto facendo capolino tra incerte nuvolette per poi scaldarti a pieno il cuore una volta venuto allo scoperto.

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Terra di Toscana

L’aria frizzantina delle 7.00 di mattina entra dagli spiragli dei guanti estivi infilandosi fin sotto la giacca. Il flebile brivido provocato dal suo passaggio è capace di infastidirti ma allo stesso tempo ti fa capire che il momento che stai vivendo è estremamente vero e carico di adrenalina.

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Vigneti di Caparsa

Sei in moto, la tua moto, diretto verso quella che tra tutte le regioni di certo ritieni la tua patria adottiva.

La Toscana del vino è ad ogni avventura motivo di grande felicità, bei ricordi, magici momenti e persone uniche e schiette, siano esse un barista un benzinaio o un cantiniere.

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Il Vecchio e Le VIgne

La meta di oggi è il Chianti nella sua più vocata, tradizionale e storica espressione.

Girando a destra al primo stretto incrocio giunti a Radda in Chianti e imboccando poi la seguente stradina bianca a sinistra si giunge alla tenuta Caparsa. Scoprire il paradiso che si apre scalando la ripida salita che porta alla pace della sua cantina è davvero un esperienza appagante e destabilizzante al tempo stesso a dispetto di chi ormai il vino non lo fa più in vigna.

Spente le moto veniamo pervasi da mille profumi e da un impareggiabile senso di silenzio e pace. Ovunque si posa lo sguardo flora e fauna la fanno da padrone interagendo in un equilibrio a volte fragile che a volte non permette di rispettare i confini con l’uomo.

In zona è molto facile imbattersi in animali selvatici che speso danneggiano i migliori grappoli mandando all’aria il lavoro di un lungo anno. C’è da dire che da visitatore ho potuto solo che godere di questi esuberanti boschi dalle folte chiome e delle tante specie animale avvistate durante la giornata.

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La Cantina

La cantina di Caparsa, che Paolo gestisce con la compagna e i 3 figli, ha dimora in un angolo incontaminato del Chianti nel triangolo storicamente vocato e condotta a regime biologico.

In una costruzione del 1500 la famiglia Cianferoni ha, come si dice, “casa e bottega”!

Varcando la soglia di una simpatica porta in legno che riporta l’insegna aziendale si giunge in una suggestiva grotta a volte che funge da sala degustazioni.

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La suggestiva cantinetta

Il piano inferiore è dedicato alla cantina vera e propria. I suoi ambienti cinquecenteschi sono stati i primi ad essere costruiti (una volta prima si faceva la cantina e poi la casa) e credo che neppure loro sappiano quanto vino hanno visto passare in 500 anni di vendemmie!

Il piano superiore ospita la casa padronale e l’ufficio aziendale. Una bella piscina incastonata tra la pace dei vigneti ed una dependance sempre costruita in sasso completano l’idilliaca tenuta.

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Paolo Cianferoni

Paolo è persona umile e schiva, non partecipa a tante manifestazioni, preferisce accoglierti nel suo mondo, dove è possibile percepire “il perché” di un vino, palpare il “territorio” che trasuda, sotto forma di funghi e microorganismi, dai muri della sua cantina.

Il podere è circondato da viti abbastanza giovani reimpiantate su cloni selezionati dal ’90 ai primi anni del 2000.

I vecchi vigneti degli anni ’60 mal sopportavano il cambiamento climatico. Tutto ciò associato alla necessità di rendere i vini più conformi ai canoni odierni (vitigni come malvasia e trebbiano hanno ceduto il passo a varietà a bacca rossa) ha reso necessario il reimpianto di varietà selezionate che conferiscono caratteristiche diverse al vino rendendolo più fruibile a fronte di microclimi differenti rispetto qualche decina di anni fa.

Il primo approccio con Caparsa avvenne qualche anno fa durante la presentazione delle anteprime del Chianti Classico al Chianti Collection della Leopolda di Firenze.

E’ nel 2014 a Lido di Camaiore, durante l’evento Terre di Toscana, che lo inseriamo però di diritto tra i produttori da andare a cercare, trovare e capire.

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Io con Paolo

Il mio primo ricordo di Paolo è quello di un signore con gli occhiali in un angolo della manifestazione posizionato tra i mostri sacri della Toscana.

Ciò che mi ha trasmesso fin da subito è stato questo suo innato orgoglio per ciò che produce, il che gli dona una sorta di ignara e pacata irriverenza nei confronti di colleghi ben più blasonati.

Ricordo le sue bottiglie, ricordo che aveva in degustazione almeno 15 annate diverse dei suoi vini e ciò ci ha permesso fin da subito di renderci conto di quanto fossero grandi e soprattutto longevi!

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Il Caparsino

In cantina abbiamo avuto il piacere di degustare un anteprima come il Rosato di Caparsa da uve Sangiovese. Colpisce fin da subito per nettezza e pulizia. Un prodotto di struttura che farebbe la fortuna di molti ristoratori della costa Adriatica durante i mesi estivi.

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Caparsino e Doccio a Matteo

Il vino che meno ho apprezzato commercialmente ma del quale ho più apprezzato la filosofia è stato il Bianco. Un prodotto non filtrato “fatto come una volta”. Con questa bottiglia Paolo ha voluto ripercorrere indietro nel tempo il gusto del vino. Al primo ingresso in bocca si spalancano gli occhi in quanto non si è pronti al giorno d’oggi al gusto di un vino bianco non corretto. Sono proprio le sue leggere ossidazioni a renderlo così vero anche se ammetto che sarebbe dura presentarlo al ristorante!

La degustazione è proseguita con il Caparsino del quale abbiamo degustato l’annata 2009 e la 2011. Il Caparsino è Riserva di Chianti Classico ed il millesimo ’11 rappresenta di certo una delle migliori espressioni. Personalmente da proporre nel mio ristorante ho preferito la 2009 per un rapporto qualità\prezzo convincente.

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Doccio a Matteo

Come ultima etichetta in assaggio c’era il Doccio a Matteo, anch’esso un Chianti Classico Riserva ma di una vigna maggiormente vocata. L’uvaggio comprende anche una piccola percentuale di Cannaiolo e Ancellotta (uva tintorea per eccellenza) Il millesimo 2003 degustato è una di quelle chicche che pur di averla al ristorante me la sono caricata in moto subendone incurante il peso nelle lunghe curve che mi separavano dalla mia Romagna! Il vino sente ancora dell’influenza delle barriques dalle quali Paolo non smentisce d’esser stato anch’esso tentato. Il risultato è un dosaggio sapiente del legno capace di esaltarne il frutto pieno. L’acidità piuttosto marcata (tratto distintivo della maison) lo rende un vino da dimenticare in cantina. Ahimè è già iniziata la richiesta di queste bottiglie al ristorante e temo che in cantina non riuscirà ad arrivare!

Concludendo posso affermare con piena soddisfazione che nel 2015 ci sono ancora persone che amano fare il vino, lo fanno come gli è stato insegnato dai padri e lo tramandano ai propri figli. C’è solo da auspicare e sperare che la tradizione della famiglia Cianferoni non s’interrompa mai e si collochi come modello per tutto il Chianti.

Dopo la visita abbiamo pranzato tra le vigne del Chianti alla Cantinetta di Rignana mangiando un’ottima Fiorentina.

Nel pomeriggio abbiamo visitato la bellissima Macelleria Falorni a Greve in Chianti.

Lucio Saccani

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